"La congiura del silenzio", di Antonio Russo

Antonio Russo - ciao antonio

Il secco, inconfondibile e sussurrato tac dell’orologio avverte. Alzo gli occhi anche se non ce ne sarebbe bisogno. Lancio una veloce occhiata, le 18,30. Ho capito, ricomincia il balletto.
E’ il marzo del ’99 a Pristina.
L’operazione Nato è in atto da giorni e la televisione tra poco ululerà il suo clac mortale e il silenzio sarà l’unica compagnia di una attesa.
Mi affaccio dalla finestra per registrare rumori, sussulti di una città condannata a morte.
Le strade sono deserte. Quella principale che conduce a Vellania è sgombra del solito check point della polizia. Quanti ricordi in quei check point maledetti.
La strada che conduce a Villania parte dalla grande moschea di Ali Pascia per poi arrampicarsi a sinistra zigzagando verso la collina.
Su questo tragitto nei mesi passati si svolgeva il gioco dei controlli della Milizia su chiunque passasse. Era un gioco tragicomico, una sorta di gatto e topo, dove un ironico croupier si divertiva a tenere banco. L’ora era sempre la stessa, le 7,30. All’imbrunire, la Polizia militare soprannominata “gli uomini blu”, come uno stormo di nottole usciva disponendosi nei punti principali d’ingresso del quartiere per Brasniesvki.

Un caldo caffè che bevo mi riporta ad un presente dai tragici presagi. Ritornano immagini di Sarajevo durante la guerra bosniaca, una città anch’essa umiliata nella sua dignità passiva, nell’attesa di una dichiarazione di morte.
A Pristina la differenza è l’abbandono, l’accettazione di una spugna gettata sul ring da parte del mondo nel denunciare l’efferatezza di una sentenza, la soluzione finale sola, blindata, incompresa, usata nel suo forzato isolamento.
La pulizia etnica appartiene al paradosso di una privacy non dichiarata ma accettata dalle politiche di sovranità.
Nel trascolare della memoria, il suono del campanello mi richiama. Corro senza sapere chi possa essere. Apro e sono i vicini, mi chiedono di poter telefonare a Premiza, per avere notizie dei loro parenti.
Sono due ragazze di circa 22, 23 anni, semplici nel loro imbarazzo, cercano il contatto, la pazienza della ripetizione dei gesti per un numero telefonico nasconde il nervosismo angosciato di una risposta.
Attendono, riprovano, incrociano i loro sguardi assorti nel dubbio. Mi guardano chiedendomi: si, perché?
Balbetto loro che la guerra è qui, divertirsi delle congiure del silenzio.

Finalmente, dopo l’ennesimo tentativo, prendono la linea, parlano concitatamente. Il loro sguardo per un momento si rasserena, le tristi paure si allontanano al solo sentire la voci dei propri cari.
Stanno bene. La città la stanno svuotando con i rastrellamenti, saccheggi, distruzioni sono la quotidianità.
Il cibo scarseggia e la paura non da loro modo di fuggire. Dopo tutto viviamo Inshallah, per volontà di Dio. Curiosamente ritrovo a vivere la concitata esistenza degli assediati, di prigionieri non dichiarati. Ci scambiamo sorrisi e sguardi di consolazione, ci domandiamo quale possa essere il nostro destino e, al contempo, l’istinto femminile osserva il disordine della camera dove lavoro, vivo, passo le notti. All’unisono si apprestano a pulirmi la stanza, riordinandola e anche la cucina. Mi imbarazza, cerco di dire loro che non importa, che lo posso fare anch’io. Bugiardo dico a me stesso. Non c’è cosa più meravigliosa di una donna che nei momenti più tristi si affaccia solo per dichiararti una solidarietà, una presenza quasi protettiva, rassicurante, silenziosa, dove il domestico rumoreggiare di richiami mi riporta ai tempi felici. Mi chiedono quanti anni abbia e perché non sia sposato, non è un bene per un uomo essere senza famiglia e senza figli. Gli imbarazzi di domande e risposte scompaiono di fronte all’emergenza. Si solidarizza pur nella solidarietà.
Ci salutiamo e ritornano nella casa prossima alla mia dove il resto della famiglia vive.

Profughi da Sdremiza vivono ormai da quattro mesi in questa casa messa a disposizione da un conoscente. I loro sei bambini sono, ai miei occhi, la cosa più cara, le loro voci mattiniere hanno rallegrato, quasi a miracolo, i giorni trascorsi. Gli spari, la granate, unico rumore che rompeva il silenzio tombale della città, scomparivano di fronte all’incosciente gioco dei fanciulli. Un giorno li vidi giocare dietro casa, in un campo aperto dove la visuale per i cecchini era delle migliori. Nessun riparo, nessuna possibilità di mettersi in salvo. Poco distante dal muro di facciata della casa c’era la carcassa di un cane, ucciso da una delle tante gragnuole dell’offensiva serba alla periferia della città, forse da qualche cecchino posizionato sulle alture antistanti il nostro quartiere. Con la massima disinvoltura i pupi trotterellavano avanti e indietro, in un gioco la cui fantasia mi era sconosciuta, incuranti di quella carcassa, di quel terrore che non risparmiava neanche gli animali.
Gli spaventati richiami dei genitori per farli rientrare a casa non sortivano alcun effetto; la loro gioia comunque prevaricava qualunque logica. Li guardavano divertiti, ironici sfrontati nella loro dichiarazione di vita. Presi la macchina fotografica e scattai alcune foto con il pensiero di una cara memoria da portare con me.
Squilla il telefono, rispondo. E’ una delle tante corrispondenze con il mondo che comunque cercavo di fare, resoconto di una esecuzione in atto, denuncia di come l’intelligenza propagandistica serba approfittasse dei bombardamenti Nato per lavorare più alacremente nella pulizia etnica e nello svuotamento della città. Gli attacchi ai quartieri in perfetta coincidenza con gli attacchi Nato.
Le case bruciate come enormi falò dipingevano le notti di oscuramento. Mi appresto a passare l’ennesima notte, preparo la candela. La notte scende nella sua inesorabile complicità. Le case si serrano, le serrande si chiudono come occhi per la buonanotte. I cani si preparano a spadroneggiare per le strade, spavaldi netturbini dell’abbandono.

Non si dormirà, la notte sarà lunga. L’unico momento di quiete sarà verso le 3 di mattina.
Accendo la candela solo quando non riesco a trovare qualcosa. Per il resto mi orizzonto al buio quasi come un cieco. Aspetto l’inizio degli attacchi e raccolgo le idee sugli appunti presi durante il giorno e le mie perlustrazioni per la città per i prossimi reportage che, durante la notte, dovrò fare.
Nelle pause tra una chiamata e l’altra, non posso fare a meno di rimemorare la simpatica vitalità di Bellania, il quartiere di Rugosa, il futuribile Presidente di una futuribile Repubblica del Kosovo.
Quella febbrile vivacità durante il giorno. Decine di studenti dai 18 anni in poi la mattina, verso le 7,30, si ritrovavano in un allegro consesso nell’attesa di entrare nelle strette, anguste sale ricavate da case private.
Educazione, cultura, futuro. Tutti i giorni, da mesi oramai scendendo in centro li incontravo chiassosi quanto mai, irriverenti come tutte le generazioni studentesche. Dalla finestra li vedevo scherzosamente nell’ora sportiva per poi riconcentrarsi nelle aule, chini sui banchi anni ’60, dalla fòrmica verde e li scorgevo dalle grandi finestre di aule quattro metri per cinque, pigiati in 20 o più, stancamente assorti nelle lezioni.
Al mio passaggio ci incontravamo con gli sguardi fra il curioso e il gentilmente indispettito testimone della loro quotidianità, scambiandoci un implicito buon giorno.
Nonostante l’apparente normalità, la guerra era lì. Non c’è cosa più terribile delle guerre non dichiarate, dove solo la forza dei nervi aiuta a sopravvivere.
Un sussulto, inizia il carosello.
Sono circa le 8,30. La notte avvolge come in un piumone la città, quasi a voler attutire o nascondere quello che qui stava succedendo.
Un’offensiva feroce era da poco iniziata da parte serba, nella zona sud della città a circa 5 chilometri dal quartiere Matucian, situato alle spalle di Villania dove mi trovavo.
Si percepisce senza difficoltà l’avvicinarsi degli spari. E’ chiaro che è in atto una serrata offensiva per sbaragliare le posizioni sulle colline presidiate da soldati della HLK e dalla difesa civile e nel contempo, per finire di circondare, stringedoli in una morsa di ferro, i restanti quartieri a sud di Pristina, eliminando così l’ultima possibilità di fuga in direzione di Skopie.
La trappola si sta sempre più chiudendo nell’inesauribile piano di soluzione finale.
E’ chiaro a tutti noi che è una questione di ore prima che il destino si compia. E da questo impietriti, ci anestetizziamo in un’attesa infernale.
Ecco, di lì a poco, le 10 e 30 circa, iniziare i bombardamenti Nato.
Un amaro sorriso ci disegna i volti, un irrisorio scoppio di speranza dipinge un cuore stanco delle tante attese e infingimenti sulle nostre aspettative.
Che dire a me stesso? Cauto ottimismo, ferma diplomaticità nel nascondermi la premonizione di quello che là fuori, fuori dalla finestra come un film.
“Natenenia”, buona notte Pristina. E con le dita spegnevo la luce di una candela che quasi a faro illuminava il gioco di luce sul tavolo.
Inshallah.



Documenti su Antonio Russo:
Prima giornata di commemorazione di Antonio Russo
Antonio Russo. Radicale giornalista inviato in Cecenia ucciso dal regime di Putin
Antonio Russo riceve il Premio Andrea Barbato
Antonio Russo in cammino per la Cecenia
Antonio Russo festeggia il capodanno 2000 con i ceceni che l’omaggiano di una pelle d’orso
Antonio Russo denuncia l’uso di armi chimiche in Cecenia
Grozny morta per sempre? Antonio Russo sulla situazione dei profughi
Antonio Russo: “La guerra in atto in Cecenia sarà ancora lunga e purtroppo sanguinosa”
L’ultimo intervento pubblico (finora inedito) di Antonio Russo: Impatti della guerra sull’ambiente
12 novembre 2000 - L’articolo del quotidiano britannico The Observer
Antonio Russo è salvo: «Io, nell’esodo di profughi dal Kosovo»
Storica vittoria del PR all’ONU “in memoria di Antonio Russo”: Radiocronaca e commenti a caldo
Radicali: Commemorazione di Antonio Russo davanti all'ambasciata Russa:
Premio Antonio Russo
Antonio Russo ricordato dalla trasmissione Report su RaiTre
Speciale TG1. La vita professionale di Antonio Russo
L’estremo saluto ad Antonio Russo, Francavilla a Mare, 28 ottobre 2000




Antonio Borrelli
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‎"La congiura del silenzio" è

‎"La congiura del silenzio" è uno splendido pezzo anche letto da Piera degli Esposti che è possibile vedere su radioradicale.it (ed anche qui linkato) nella "Prima giornata di commemorazione di Antonio Russo"

"Fame di vita" è un video di Roberto Mancuso al quale io ho collaborato. Realizzato con pochi e inadeguati mezzi, racconta però un profilo di Antonio autentico e per certi aspetti, poetico.
Ancora molto c'è da dire su Antonio, ma una certa .."aria" tra i Radicali e la "paratina" del premio Antonio Russo gestito dai familiari, impediscono altro sapere.
L'ultima persona ad aver sentito Antonio Russo al telefono - e prima quasi tutti i giorni - sono io, ma nessuno si ostina a parlarne, a domandarmi, a citarmi, salvo alcuni elementi da me diffusi e accreditati alla madre.
Antonio scompare nella tarda serata del 14 ottobre 2000 appena dopo aver parlato con me al telefono alla ricerca di un contatto probabilmente accreditante il suo essere un importante giornalista al lavoro da quelle parti, ma quella sera al Comitato dei Radicali a Chianciano non fu possibile farlo parlare con un alto dirigente, nonostante Olivier Dupuis fosse stato preavvertito da me nel pomeriggio che Antonio avrebbe chiamato in serata, e nonostante che lo stesso Olivier fosse stato invitato da me a prendere in diretta il telefono per interloquirci quella sera, ma evidentemente contrariato da altro, rifiutò di prendere quel telefono.

Avrei dovuto correre al tavolo della presidenza e porgere quel telefono di forza a Pannella, ma in quella telefonata la linea era fortemente disturbata da rumore di fondo, ed io al rifiuto di Olivier ho urlato ad Antonio, che già da giorni doveva fare ritorno, ma si era preso l'ultimissimo rischio per andare a recuperare nuovo scottante materiale (la trappola !): "Porca puttana ma non vedi che qui nessuno ti si fila, ma che cazzo fai ancora lì, ma vuoi tornareeeee !!!

Chiedeva a me se poteva intervenire a nome del Partito Radicale in quelle conferenze e convegni dove ha partecipato nei 20 giorni prima di essere ucciso, aveva me come referente in Italia; mi raccontava dei pericoli, di incontri imbarazzanti in un Hotel di Tblisi, del materiale, ........, cercando di usare quel riserbo necessario.

Per questo Antonio Russo l'ho ucciso io; l'ha ucciso la mia debolezza, il mio litigio con Radio Radicale (da dove mi sono dimesso 15 giorni prima della morte di Antonio, che comunque mi chiamava a casa, anche preoccupato della mia decisione di lasciare la Radio).

Le ultime parole pronunciate da Antonio quella sera tardi del 14 ottobre 2000 con me al telefono furono, con voce triste e sommessa: "Chiamerò Perduca a New York".

La sua umiltà gli impediva di chiamare direttamente Pannella ? E Bordin cosa seguiva della vicenda ?

A causa della mia debolezza e della volontà dei Radicali e della madre/famiglia di Antonio di escludermi ---quanti equivoci e animi dispettosi per altri motivi, hanno inciso e determinato; quanta debolezza c'era in me per nulla supportata, salvo un iniziale tentativo della sig.ra Beatrice Russo sviata da Bordin/Radio, dai propri familiari, peraltro alcuni invisi ad Antonio, e da taluni "amici" tendenti a togliermi una sorta di leadership di un gruppo di amici di Antonio Russo costituito e istituente il Premio giornalistico intitolato alla memoria di Antonio Russo, originariamente proposto e caldeggiato da Furio Colombo--- sono anche colpevole di aver mal gestito una grande (enorme) quantità di materiale presente nella casa di Antonio, dove sono stato delegato ad occuparmene dalla madre, sig.ra Beatrice Russo, e che poi sarebbe diventata la mia casa dove sono ancora ad oggi residente, ma che sono stato costretto di recente ad abbandonare anch'essa, come ogni più piccolo oggetto appartenuto ad Antonio (tutto è cominciato con del materiale prestato in giro per convegni e "interessi di studio" mai restituito, film etc.).

Marzo Vitale

Antonio Borrelli
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La casa di Antonio

La mamma di Antonio Russo aveva dato a me le chiavi della casa di Antonio, che poi sarebbe diventata anche la mia casa, per liberarla da quanto contenuto, perché Lei non si sentiva di entrarci.

Io vi entravo tutte le volte con le buone intenzioni di cominciare a mettere ordine, ma non riuscivo a muovere niente, tanta era la roba, i libri ...migliaia di volumi accatastati a pile per terra e librerie piene, cumuli in tutte le stanze di vestiti nuovi messi una sola volta e gettati uno sopra l'altro nel tempo, una parete fradicia a causa di una infiltrazione d'acqua per la quale il condominio da tempo cercava qualcuno di referenza per quell'appartamento, e muffa in cucina e sulle stoviglie usate e abbandonate intorno al lavabo; poi fogli, giornali e riviste per terra ovunque, un'infinità di oggetti e scene di vita vissuta in un caos generale dove era quasi impossibile passare tra una stanza e un'altra.

La seconda volta che entrai in quella casa, lo feci con un giornalista di Rete 4, di cui al momento non ricordo il nome, che filmò tutto, non senza appropriarsi di alcuni CD musicali (Sting e un altro); poi ancora con qualcun altro al quale volevo far vedere la situazione alla ricerca di aiuto per definire il da farsi anche in relazione al fatto che quella casa sarebbe dovuta divenire la mia abitazione.

Avevo in programma un viaggio a New York e così intanto partì. Intento a passeggiare nelle strade di Manhattan, mi chiama sul cellulare l'ispettore Tranni della Digos di Roma e mi dice che deve urgentemente perquisire la casa di Antonio Russo; non potendo altrimenti, chiesi ad un'amica di Antonio che aveva un negozio cartolibreria accanto al portone del palazzo di Antonio, ed alla quale lasciavo in custodia le chiavi dell'appartamento, di accompagnare questo Ispettore nella casa di Antonio, di relazionarmi poi e di farsi fare la ricevuta del materiale eventualmente prelevato.

Ed ecco la trascrizione di quella ricevuta:-

2 casette audio
1 custodia x cassette audio
4 pag. dettaglio telefonico TIM
1 cartoncino di parte di scatola blu
1 lettera con ricevuta e busta della BBC
1 rubrica telefonica con biglietti all'interno

Ritirato dall'Isp. Sup. Lorenzo Tranni, ufficiale di P.G., appartenente alla Digos della Questura di Roma alle ore 18,00 del 28/11/2000 firmato (documento autografo con firma e sigla)

Al mio rientro però io non trovai alcune cose che avevo intravveduto prima, come, ad esempio, dei bigliettini in codice che avevo in mente di capire, in ordine ad un suo contatto di "tipo militare".

Segue, seguirà se qualcuno legge qui !

Marzo Vitale

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