VITTO IN CARCERE STORIA DI UN APPALTO CHE DAL 1930 E’ PREROGATIVA DI UNA SOLA DITTA

VITTO IN CARCERE STORIA DI UN APPALTO CHE DAL 1930 E’ PREROGATIVA DI UNA SOLA DITTA

Abbiamo avuto la curiosità di occuparci di questo ormai mitico appalto per fornire il vitto e il sopravvitto nelle carceri italiane dopo avere sentito l’onorevole radicale Rita Bernardini, eletta nelle liste Pd nel 2008 alla Camera, raccontare a Radio radicale che il business era gestito in maniera monopolistica da anni (poi abbiamo scoperto addirittura dal 1930) e che l’ultima volta che era stato assegnato a livello nazionale l’aggiudicatario si era impegnato a fornire tre pasti al giorno a detenuto per meno di 4 auro. Si avete capito bene: quattro euro! Dopodichè anche la vicenda del detenuto tunisino Ismail Ltaief, cuoco nelle mense del carcere di Velletri, che ha denunciato un bel po’ di gente in loco per presunte ruberie sul cibo dei detenuti, rifiutando 15 mila euro per ritrattare le accuse, ci ha mosso a ulteriore curiosità: non è che sui pasti dei detenuti succede qualcosa di strano?
Quelli di “Ristretti orizzonti” ne sono convinti e così ci hanno fornito ben tre delibere regionali della Corte dei Conti, per il Veneto, per l’Umbria e per la Lombardia, nonché una segnalazione dell’autorità garante per la concorrenza del 2010 (secondo cui l’aggiudicazione di questi appalti è “distorsiva” per la concorrenza) che contestavano tutte questa maniera di aggiudicare a licitazione privata senza gara, “per asseriti motivi di sicurezza”, questa gara d’appalto.
E sempre alla stessa ditta: quella degli eredi di Arturo Berselli. Cioè la Arturo Breselli e C. S.p.A., iscrizione al registro delle Imprese di Milano numero 00171380066, con sede amministrativa: Milano, Piazza IV Novembre 6.
Addirittura nel 2003 la Corte dei conti regionale della Lombardia rifiutò di vistare le procedure di appalto con cui venne rinnovato il contratto a tale ditta sostenendo che non fossero state seguite le procedure previste dalla legge. Circostanza che nel tempo ci è costata anche l’avvio di una procedura di infrazione da parte della Ue. All’epoca era ministro Guardasigilli Roberto Castelli, per la cronaca. E siccome solo da via Arenula dipendono i decreti di proroga il conflitto, tuttora irrisolto, è quello tra chi appone motivi di sicurezza non meglio determinati, qualcuno potrebbe pensare che altre ditte non consuetudinarie a questi appalti potrebbero favorire la fuga dei detenuti magari mettendo la lima nel panino, come nei fumetti di Walt Disney, e chi chiede una gara europea.
Ma il sospetto è che si voglia favorire un monopolista che peraltro, a seconda delle regioni, opera da anni in consorzio con altre ditte (nella Lombardia con la SAEP S.p.A e la Domenico Ventura di Umberto Ventura e C. S.a.S., in Umbria con la Ias Morgante
S.r.l.).
Mentre la corte dei conti della Lombardia ha messo bastoni tra le ruote a via Arenula, quella del Veneto e quella dell’Umbria hanno sollevato molti rilievi ma alla fine hanno ceduto alle pretese di rinnovo di questi appalto alle stesse ditte e senza gara, pur riconoscendo questa procedura contraria a una norma dello stato varata ad hoc per tenersi buona l’Europa. Cioè l’articolo 23 della legge 18 aprile 2005, n. 62
(legge comunitaria per il 2004), approvato al fine di conseguire l’archiviazione di una procedura di infrazione comunitaria avviata contro l’Italia in relazione al contrasto della previgente disciplina
del rinnovo dei contratti pubblici scaduti con i principi di libertà di stabilimento e di prestazione dei servizi di cui agli articoli 43 e 49 del Trattato CE e con la normativa europea in tema di tutela della concorrenza. Ma questo articolo che ha sancito un generale divieto di rinnovazione dei
contratti pubblici di fatto nelle carceri rimane inapplicato in seguito all’emanazione del decreto del Ministro della Giustizia del 21.07.2004, cioè il provvedimento in forza del quale “il contratto oggetto del provvedimento di approvazione in esame è stato sottoposto a particolari misure di sicurezza”.
Peraltro nelle motivazioni del provvedimento datato 16 aprile 2008 dalla sezione regionale del Veneto si sottolinea come il ministero abbia persino “ribadito la necessità di affidare vitto e sopravvitto al medesimo soggetto per motivi di efficienza e convenienza, in ragione delle reciproche interazioni tra le due attività e dell’incremento dei costi, sia per l’Amministrazione che per i detenuti, che potrebbe conseguire a una diminuzione del volume dei generi approvvigionati dalle
singole imprese affidatarie.” Una maniera burocratica per dire che questa è la legge che vige a via Arenula. La cosa incvredibile è che la ditta Berselli abbia sedi atipiche in quasi ogni carcere italiano. Il cibo ai detenuti è cosa loro. Altro mistero di chi volesse approfondire il tutto è questo: da anni i detenuti segnalano che i prezzi dei prodotti in vendita al sopravvitto sono troppo cari, e da anni i volontari che provano a fare una verifica nei supermercati della zona si scontrano con il fatto che invece molti prezzi sono identici, o quasi, a quelli dei supermercati. Questo significa che esiste un sistema istituzionalizzato di creste all’interno dei penitenziari? Se fosse ad esempio verificata proprio quella parte della denuncia di Ismail Ltaief, il cuoco di Velletri, secondo cui quando arrivavano i pacchi delle forniture di vitto “qualcuno segnava 300 quando veniva scaricato 60”, allora tutto sarebbe più facile da capire. Come ai tempi delle carceri d’oro sulla pelle dei detenuti è più facile giocare. Perché in un paese in cui si fa campagna elettorale a urli di “in galera” e “certezza della pena”, salvo infischiarsene delle condizioni in cui la gente viene detenuta, chi volete che vada a controllare le ruberie dei pochi o dei tanti, dei singoli o delle istituzioni, dello stato o dei privati, quando si tratta “solo” di salvaguardare la dieta dei carcerati? Tanto di denaro pubblico se ne spreca tanto, mica vorremo occuparci proprio di quello che lo stato impiega per far mangiare i delinquenti?

Dimitri Buffa

Where to buy revia safe & cheap?